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Tutti vogliono un pezzo di Peter Dinklage e…



…ce n’è abbastanza per tutti.

Al tramonto, sulla Tenth Avenue, i marciapiedi di Chelsea, nel regno dell’isola di Manhattan, sono carichi di persone di tutte le razze: lavoratrici umide di rugiada, giovani uomini in completi sartoriali, coppie multietniche e turistupidi* europei (*traduzione del fenomenale termine touron, una contrazione tra tourist “turista” e moron “stupido, idiota”); un uomo piazzato con un grembiule da cuoco schizzato di sangue; un fashionista che spinge una rastrelliera carica di vestiti, un culturista al guinzaglio di un carlino. I clacson delle auto, gli autobus scivolano lungo la strada, il sole tramonta sul fiume Hudson e ricopre ogni cosa con un bagliore energetico.

Peter Dinklage è seduto vicino alla finestra in uno dei suoi ristoranti preferiti, una marea di passanti scorre al suo fianco; le luci del locale sono brillanti e musica jazz guizza in quest’atmosfera intima e profumata di pane appena sfornato. Pochi i clienti del ristorante, la cucina, chiusa, si sta riorganizzando per la cena. Aveva chiesto un posto sul retro, ma il personale sta mangiando. L’aver vissuto per un po’ nelle vicinanze lo rende un cliente abituale e il fatto di essere la star di Game Of Thrones che ha, oltretutto, vinto un Emmy e un Golden Globe gli da diritto a questo trattamento di favore; non è sembrato giusto dirgli di no.

I capelli abbastanza lunghi di Dinklage sono nascosti sotto ad un berretto di lana. È vestito con i suoi soliti jeans neri, una t-shirt e una felpa di James Perse, che è nota, dice l’attore, per la comodità dei capi. Sebbene con i suoi 137 centimetri sia di quasi 28 centimetri più basso di me, siede al tavolo come se mi sorpassasse. Devo alzare lo sguardo per incontrare i suoi occhi grigio-azzurri, che sembrano riflettere più quello che accade al di fuori della sua persona invece che al suo interno. La forma cadente dei suoi occhi gli conferisce un’aria un po’ triste, anche quando sta ridendo. Il sopracciglio pesante lo fa sembrare sempre sospettoso; è, a tutti gli effetti, un veterano quando si parla delle stranezze della vita, partendo dalla possibilità su 25.000 di nascere con acondroplasia, una malattia genetica che causa problemi nella formazione delle ossa. Ad un certo punto, la mia gamba entra in contatto con la punta dei suoi non piccoli stivali Chelsea, lo stile preferito dai Beatles. Non ho colto l’occasione per valutare la distanza della suola dal pavimento.

esquire 2014 peter dinklage

Un paio di giorni dopo, intrappolato nel delicato compito di comprovare la sua altezza, ho citato senza pensare, la frase, spesso ricordatami, di Abrahm Lincoln che vuole che la lunghezza adatta delle gambe dipenda dalla capacità di ognuno di raggiungere il suolo.

Quanto era alto Lincoln?” chiede lui.

Non saprei, dico io, sull’uno e ottanta? Soffriva di gigantismo.

Beh, lui è una figura molto più importante, sia dal punto di vista storico che umano, di quanto non sia io, però non sappiamo esattamente quanto alto fosse, no?

Sono certo che possiamo verificarlo su Google.

Ho letto da qualche parte che Thomas Jefferson aveva una voce molto acuta e stridula.

E Washington aveva una dente di legno, giusto?

Ah. Gente così non sarebbe sopravvissuta al giorno d’oggi. Un presidente con la voce stridula? Impossibile!

Seduti come siamo, in una stanza ben illuminata e a fianco di una grande finestra, con la sera che cala all’esterno, si è venuta a creare, credo, un’atmosfera simile a quella di una vetrina in un grande magazzino: le persone passano e fissano, poi si risvegliano e rubano una foto col cellulare. Al di là del parapiglia creato dalla celebrità, c’è qualcosa di più: sguardi di genuina meraviglia. Spontanee risate deliziate.

Da quando ha terminato le riprese della quarta stagione di Game Of Thrones, una stagione tranquilla per il suo amato personaggio, Tyrion Lannister, Dinklage è stato per un mese nella sua casa di New York. La palestra, una sceneggiatura su cui lavorare e un film da produrre, passeggiate con i 45 chili di cane, un incrocio tra un danese e un pointer, un sacco di commissioni da sbrigare, stare a casa con la figlia di due anni mentre la moglie, Erica Schmidt, dirige un paio di opere teatrali una dopo l’altra.

Dopo più di due decenni e otto diversi appartamenti tra Manhattan e Brooklyn “sto arrivando a quell’età in cui sono innamorato di New York, ma non la chiamo più vacanza. Per certi versi mi fa impazzire.” Non vede l’ora di rientrare a casa, nel nord della città. Scarpinando lungo il paesaggio urbano, fermando taxi, anche solo comprando del cibo per cani – ovunque vada, la sua presenza causa un po’ di agitazione. Naturalmente è stato così per tutta la sua vita, la celebrità ha solo ampliato l’effetto. Anche quando non viene riconosciuto, viene notato. Una piccola consolazione: dopo tre decenni di lavoro sul palcoscenico e più di trenta film, incluso un ruolo in X-Men Days of Future Past, che esce in maggio, e qualche premio, nessuno lo scambia più per Mini-Me.

In questo momento una donna si trova al di là della finestra. Tiene in braccio un bambino sui due anni col naso umido. La donna sta parlando con foga all’orecchio del piccolo mentre lo bacia sulla guancia. Indica Dinklage come una madre allo zoo. Guarda, tesoro, è Trumpkin di Narnia!

Questo non può passare inosservato.

Si apre in un sorrisone e si lancia in una parodia di saluto regale. “Ciao!” saluta, allo stesso tempo rassegnato e sardonico. La sua voce baritonale, bellissima e profonda, è come una melodia di fiati che risuona nello spazio che ci circonda. “Ciaooo, ciaooo”.

Devi fare degli incontri particolari per la strada, accenno, tentando di simpatizzare.

Poggia il mento su di una delle sue non piccole mani e scuote la testa “Talvolta un incontro può avere gran significato” offre, cercando di dare un’altra angolazione alla cosa.

Si gratta la gola, coperta da una lieve barba, “una mattina” dopo il suo successo con The Station Agent (2003), “stavo camminando lungo Melrose Avenue a Los Angeles. Dritto di fronte a me c’era questo tizio su di una moto, circa alla stessa distanza di quella pianta, diciamo due metri? E mi ha guardato. Non mi ha salutato, ma mi ha guardato e dopo si è immesso nel traffico e quest’auto… Bam! Lo ha ucciso all’istante.

E tu sei stata l’ultima persona che ha visto?

Sì, sono stato l’ultimo che ha visto su questa terra.

Sei entrato in contatto con quest’uomo.

Siamo entrati in contatto e poi lui si è immesso e bam! Alla guida c’era un uomo abbastanza vecchio. Sono corso dentro alla caffetteria dove ero diretto. Avevano chiamato l’ambulanza. E poi sono tornato fuori per assistere l’uomo, ma era già morto. Non volevo avvicinarmi troppo. L’anziano si era fermato e stava lentamente uscendo dalla macchina. Era mattino e non c’era nessuno in giro. È successo a Los Angeles dove non cammina mai nessuno. Era tutto vuoto. C’è stato un momento in cui ero l’unica persona a sapere che quest’uomo era morto. Ero lì che lo guardavo, sai, in uno di quei momenti calmissimi dopo che è successo qualcosa di terribile, la calma prima che inizi tutto il caos di ambulanze e polizia, prima che il tutto diventi la scena di un incidente. Quello era il momento in cui io ero con lui.

Solleva il mento e, allontanando il viso dalla finestra, contempla l’immediatezza dell’aldilà, le vicissitudini del destino. Non posso non pensare a Tyrion Lannister quando si lascia ad uno dei suoi monologhi pregni, un moderno pensatore tra primitivi, un pragmatico con una profonda vena malinconica.

Ci sono molte differenze nella morte”, dice Dinklage, “ci può essere qualcuno che è malato per molto tempo, come mio padre, che ha avuto il cancro per molti anni ed è morto. Era troppo giovane. Aveva sui settant’anni, troppo giovane. Ma c’è qualcosa di molto diverso tra una persona anziana che muore e questa persona. Avrà avuto sui 25 anni. Forse aveva appena fatto colazione nel posto dove io ero diretto. Ed è morto. È come se l’avessero derubato.

Per qualche momento rimaniamo seduti, sorseggiando i nostri caffè. Mangia qualche boccone di formaggio e mela, ma non tocca il pane. Il circo al di fuori del locale continua.

Poi qualcosa scatta nella mia testa: pensi di averlo distratto?

Dinklage spalanca gli occhi, il viso contorto in una maschera orrenda.

No, no, NO!” esclama sollevando le mani come per respingere ciò che ho appena detto. “No, non mi sono mai sentito così! Assolutamente no.

Me lo stavo solo chiedendo, sai, dal momento che –

Oh, Dio! Fanc***o! Come ti viene…? Oh, Mike! Non ci avevo mai pensato. Questo doveva essere il racconto di come mi sono sentito in connessione con uno sconosciuto. Oh, ca**o! Oh, cavolo. Dai!

Mi dispiace, sembrava che –

È fatta! Avrò gli incubi stanotte. Sono cattolico, ricordi?

Quattro tizi compressi su di una panchina in pelle di un venerdì sera al Greenwich Village.

Ti va di parlare del Womfy*?” chiede Dinklage.

(*apparentemente un cuscino in lattice made in USA perfetto per chi dorme sul fianco. Ignota la relazione tra questo e il resto del pezzo.)

[l’articolo continua all’interno del numero di Esquire in edicola]

 

Fonte: esquire
tradotto da Cinzia C.
Valentina

Valentina

Lettrice incallita, serial-dipendente e disordinata cronica!
La passione per la saga "Le cronache del ghiaccio e del fuoco" e l'hobby per i social media mi hanno portato a realizzare col tempo questa grande community! Grazie a tutti dei vostri commenti e continuate a seguire "Game of thrones - Italian fans" 😀
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