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George R. R. Martin: “Selfies! Se potessi bruciare gli smartphone, lo farei!”



L’autore di “Game of Thrones”, George R.R. Martin, ci parla di fama, Scozia, e del materiale inutilizzato che sta pensando di pubblicare.

Edimburgo sembra il luogo migliore per parlare con George R.R. Martin, che si è fatto vedere al festival del libro della città, perché tra i residenti si nasconde uno dei pochi altri autori capaci di comprendere la sua difficile situazione.
Il parallelo sembra obbligatorio tra l’impatto avuto dalla saga fantasy in sette libri, e relativi film, scritta da J.K. Rowling Harry Potter e la serie di Martin Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, anch’essa in sette libri, con relativa serie tv firmata HBO dal successo mondiale Game of Thrones (n.d.t. Tradotta in Italia “Il Trono di Spade”), che prende il nome dal primo dei cinque libri fin’ora editi.

La Rowling una volta rivelò in un’intervista che ancora adesso affronta dei momenti di shock nel vedere il merchandising mondiale e il fenomeno culturale che sono risultati dal raccontare una storia. Martin prova qualcosa di simile per ciò a cui ha dato vita?

“Non userei la parola ‘shock’. Però sì, a volte mi sembra surreale. Dimentico sempre che la mia vità è cambiata. Penso che per la Rowling sia stato diverso perché quelli erano i suoi primi libri. Io per 20 anni ho pubblicato fantasy e fantascienza che sono andati bene, ma non quanto questi. E c’è una parte di me che ancora inconsciamente pensa che io sia ancora la persona di prima e possa condurre la vita di prima. E poi mi viene ricordato che non posso, perché Game of Thrones è diventato un vero e proprio fenomeno e io una celebrità. Ci sono cose buone al riguardo, e cose meno buone.”

L’aspetto negativo, dice, è “la perdita di privacy e il suo essere totalmente fuori controllo”. Lui e Parris, la sua terza moglie, vennero ad Edimburgo tre o quattro anni fa e

“potevamo fermarci ad ascoltare i musicanti di strada e andare a teatro per tragedie e commedie e al Military Tattoo (n.d.t. Il Royal Edinburgh Military Tattoo è una parata militare che si svolge tutti gli anni ad agosto nel piazzale antistante il Castello di Edimburgo). E, in tutta la settimana che siamo stati qui, forse tre persone in totale mi hanno riconosciuto, ed ero felice di firmargli l’autografo. Adesso, tre o quattro persone mi riconoscono ad ogni incrocio. Non posso più uscire; non posso più camminare tranquillo in strada. Ovviamente è straordinario avere tutti questi lettori e fan che, per la maggior parte, sono veramente belle persone, che mi dicono che amano i libri e la serie tv. Ma ce ne sono così tanti che non finiscono mai. Oh, e i selfies! Se battendo le mani potessi far esplodere tutti gli smartphone del mondo, giuro che lo farei!

Parla con nostalgia degli anni in cui la sua fama era gestibile:

“Potevo andare alle convention di fantascienza e attaccarmi un cartellino col nome. E allora avevo quello che i fan chiamano ‘ego-boo’ cioè ego-boosting (n.d.t. Letteralmente sarebbe un incremento di orgoglio e autostima) quando i fan vedevano il badge e dicevano: ‘Oh, George R.R. Martin, autografi il mio libro’. Poi potevo togliermi il cartellino e diventare una persona qualsiasi che andava al ristorante. Adesso non posso più togliermi il badge”.

Il riferimento di Martin a “la maggior parte” dei suoi lettori che sono belle persone suona fatto apposta per escludere quelli che speculano sulla sua longevità o che domandano insistentemente l’uscita del sesto e settimo volume de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. I siti più vicini all’autore somigliano sempre di più ad un materno guardiano letterario con una folla fuori urlante “Ancora! Ancora!”

“Questa è una delle pressioni che ho addosso” ammette Martin. “I miei editori vogliono il prossimo libro, così anche la HBO, e anche i miei lettori. E nessuno lo vuole più di quanto lo voglia io. Ma, quando sento il peso della pressione, devo anche ricordare che i libri sono ciò per cui verrò giudicato alla fine. Se da qui a 50 anni ancora li leggeranno, nessuno dirà: ‘La cosa migliore del sesto libro è che l’ha pubblicato in tempo!’ Riguarderà piuttosto l’integrità e coerenza dell’intera storia.”

Fisicamente, lo scrittore è un epico contrasto di bianco – le nuvole bianco neve di barba e capelli – e nero: il colore della T-shirt e della salopette. È un grosso, adorabile sosia di Babbo Natale con una toccante e acuta risatina. Questo atteggiamento è una delle ragioni per cui ci fu un tale shock quando recentemente ringhiò ‘fottiti!‘ ad un intervistatore che gli chiese se, essendo un 65enne con un peso piuttosto eccessivo, era sicuro di poter completare gli ultimi due libri.

Ma il pensiero diffuso tra la fanbase di George R. R. Martin che vedrebbe lo scrittore chiudersi in casa finché la storia non è completa, riflette il successo straordinario del franchise, che è iniziato silenziosamente, nel 1996, con la pubblicazione di A Game of Thrones, introducendo i continenti immaginari di Westeros – dove sette regni, uniti con difficoltà sotto un’unica dinastia regnante, stanno per affrontarsi in una guerra civile – ed Essos. Il confine nord di Westeros è protetto da un’antica Barriera di ghiaccio, un aspetto del suo mondo immaginario che ha permesso a Martin di rispondere con arguzia a tutti coloro che lo pressavano, durante la visita ad Edimburgo, a prendere una posizione nel dibattito sull’indipendenza Scozzese: “Ho suggerito di costruire un gigantesco muro di ghiaccio tra le due nazioni”.

Come spesso accade, la finzione ha già imitato la storia Scozzese, perché la Barriera di Westeros si è ispirata al Vallo di Adriano. I suoi studi sulla storia militare scozzese, irlandese ed inglese (specialmente la Guerre delle Rose), hanno formato le storie, che attingono anche alla letteratura. Il titolo e l’atmosfera generale de Le Cronache del Ghiacco e del Fuoco sono influenzate da una poesia intitolata “Fuoco e Ghiaccio” dallo scrittore americano il cui pseudonimo è Robert Frost. Pubblicata nel 1920 – appena dopo la fine della prima guerra mondiale – la breve poesia contempla la natura di una conflagrazione planetaria finale:

“Some say the world will end in fire
Some say in ice.
From what I’ve tasted of desire
I hold with those who favor fire.
But if it had to perish twice,
I think I know enough of hate
To say that for destruction ice
Is also great
And would suffice.”

Oltre a ricordare con suggestione le estreme e prolungate stagioni di caldo e freddo che troviamo nel mondo di Martin, mi colpisce in modo significativo che la poesia di Frost contenga anche le parole “odio” e “desiderio”, che, nelle scene intense di sesso e violenza, sono le forze portanti della narrativa.

“Yeah. Amore e odio, sesso, vendetta: sono un parte importante della storia e una parte importante dei miei libri. Ti informi sulla Guerra delle Rose e scopri un’infinita serie di uccisioni per vendetta, effettivamente.”

Stavamo parlando in un giorno in cui i titoli dei notiziari erano ancora una volta dominati dai conflitti in Siria, Iraq e Gaza, può questo sembrare appropriato dato che una delle possibili letture de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è che la guerra e le dispute di confine sono praticamente inevitabili per l’umanità?

“Certamente uno dei temi portanti dei libri è la guerra. Quasi tutte le storie fantasy da Tolkien in poi sono state interessate dalla guerra. Tra gli imitatori di Tolkien, è sempre un combattimento tra bene e male, e i cattivi indossano il nero o sono brutti. Volevo piazzare alcune di quelle cose nelle loro teste e così ho messo i miei buoni – gli uomini dei Guardiani della Notte – in nero, e c’è bene e male in entrambi gli schieramenti. Ma non è un’allegoria. Se avessi voluto scrivere un romanzo sul Vietnam o la Siria, l’avrei fatto.”

Nonostante il disclaimer (n.d.t. dichiarazione di limitazione di responsabilità), mi sembra che una delle ragioni per l’enorme successo, sia della saga che della serie tv, sia che persone di diverse etnie e origini ritrovano la loro stessa esperienza nel mondo alternativo di Martin. A seconda della prospettiva, la grande Barriera dei libri può essere il Vallo di Adriano, la Grande Muraglia Cinese o la recinzione di sicurezza nel West Bank (n.d.t. Barriera di separazione costruita da Israele in Cisgiordania per impedire l’accesso ai terroristi palestinesi).

“Be’, questo posso risolverlo facilmente. Rappresenta il Vallo di Adriano. Non sono mai stato in Cina.”

Quello che voglio dire è: possono i lettori vedere i loro propri significati?

“Oh, certo. E quei significati potrebbero effettivamente esserci. Un autore non è necessariamente infallibile quando parla del suo proprio lavoro, perché molto prende forma e avviene nel subconscio.”

Un esempio di involontaria influenza nella storia è il luogo dove vive e lavora lo scrittore, e mi colpisce in modo particolare il fatto che Martin abbia scritto in New Mexico la sua opera sullo scontro di civiltà, al confine tra un’antica cultura e una moderna superpotenza:

“Sì. Ci sono chiaramente tre distinte culture lì – l’originale Indiana, la Spagnola e poi la civiltà Anglosassone che l’ha conquistata – e io sono un ragazzo del New Jersey, quindi ho anche la mia personale prospettiva al riguardo”.

Vivendo in uno stato americano che ha un confine col Messico, Martin è anche ben posizionato per osservare la paura delle orde di sconosciuti che invadono un territorio, che sembra essere diventata una caratteristica di molte società.

“Eh sì” sospira. “Ultimamente, sembra decisamente così, il che è penoso, specialmente in America. Gli Stati Uniti sono stati il massimo esempio di cultura non omogenea, creata dai vari immigrati. Quindi quanto siamo ipocriti ora a preoccuparsi dell’immigrazione?”

Impliciti nei libri di Martin ci sono i rifiuti di due dogma istituzionali: primo, la mancanza, fin da giovane, della fede cattolica di famiglia“già da bambino, facevo domande che mettevano in crisi suore e preti” – e poi il rifiuto di combattere in Vietnam, conclusosi con l’essere classificato dall’ufficio di leva locale come obiettore di coscienza.

“Spesso, per ottenere quello status, devi essere un totale pacifista per motivi religiosi. Ora, in primis: non sono religioso. E inoltre: non sono un assoluto pacifista. Se mi dicessero ‘Combatteresti Hitler se stesse stuprando tua nonna?’ risponderei ‘Sì, probabilmente sì’. Ma me l’hanno approvato comunque. A volte penso che la seconda guerra mondiale abbia completamente cambiato il punto di vista di noi occidentali sulla guerra, perché, di tutte le guerre della storia, la seconda guerra mondiale è la più vicina ad una guerra fantasy, nella quale c’è un nemico malvagio, i cui soldati sono effettivamente cattivi e vestono in nero portando teschi sulle uniformi. La prima guerra mondiale era più tipica: per che cosa combattevano davvero tutte quelle persone?”

Molti dei commenti di Martin finiscono in interrogativi, il che, spiega, riflette il suo carattere:

“Non sono quel tipo di scrittore che fornisce risposte; preferisco sollevare domande. Una delle cose più piacevoli del successo dei libri è stato il numero di dibattiti che hanno causato, con persone che discutevano online riguardo a quale fosse la cosa più giusta da fare”.

Ci sono migliaia di pagine scartate o scrive in una precisa lunghezza?

“Vengono scartati capitoli, paragrafi e tutto il resto. Perché seguo i personaggi ma a volte mi portano a dei finali morti. Quindi, alla fine della serie, avrò probabilmente decine di migliaia o addirittura centinaia di migliaia di pagine di materiale mai sfruttato.”

Lo pubblicherebbe mai?

“Mmm, no. Alcune di esse sono solo bozze di scene già viste.”

Ma quello non infastidirebbe i fan.

“Immagino di no. Be’ c’è almeno un capitolo eliminato dal libro cinque – che mi ha portato nel finale sbagliato – che sono stato tentato di pubblicare come racconto breve”.

La poesia di Frost che l’ha ispirato riguarda la fine del mondo, e sembra indicare che l’universo inventato da Martin debba terminare, attraverso il fuoco o il ghiaccio o magari entrambi, alla fine del settimo libro.

Lo scrittore si fa una grassa risata: “Ovviamente non risponderò a questo. Potete preoccuparvene per due libri. Però è vero che tutti gli uomini devono morire”.

Alla fine, anche se difficilmente avrebbe rivelato lo stato di compimento o una probabile data di pubblicazione per il sesto libro, The Winds of Winter, ho chiesto che risposta dà ai fan e produttori che probabilmente glielo domandano costantemente.

“Dico a tutti la stessa cosa” dice Martin, con dolcezza un po’ glaciale. “Sarà fatto quando è fatto”.

Fonte: The Guardian
Traduzione: Simona Seylin Giusti
Simona Seylin Giusti
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Simona Seylin Giusti

Una ragazza di Roma, semplice e spontanea, molto attenta al mondo circostante. Ma al tempo stesso che ama perdersi nei mondi fantasy, soprattutto attraverso la lettura, senza dimenticare film e serie tv
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